Scrivere le emozioni è una trappola. Spesso lo scrittore finisce per spiegare ciò che invece dovrebbe far provare al lettore. Il risultato sono scene piatte, dialoghi “telefonati”, passaggi che non trasmettono un’esperienza ma sembrano un prontuario: non mostrano un’emozione, la descrivono da fuori.
In più, le emozioni nei personaggi sono difficili da gestire perché non esistono emozioni “pure”. Esistono persone, con un carattere, una storia e un modo personale di reagire. Se quel modo non emerge, il personaggio resta una sagoma: funziona sulla carta, ma non vive.
Prendiamo la rabbia. Tutti ci arrabbiamo, ma quasi nessuno lo fa allo stesso modo. C’è chi esplode e chi si irrigidisce, chi diventa tagliente e chi si chiude, chi alza la voce e chi la abbassa. Sfumare un attacco d’ira in base al personaggio non serve solo a rendere la scena più credibile: serve a far capire chi abbiamo davanti. “Sbattere i pugni sul tavolo” è un gesto generico. Ma se un personaggio, quando perde il controllo, colpisce il tavolo con le nocche come per punirsi, oppure batte tre colpi identici, misurati, quasi a scandire la frase che non riesce a dire, allora la rabbia smette di essere un’etichetta e diventa un segnale: riconoscibile, coerente, narrativo.
Le tre leve delle emozioni
Definire una emozione in modo netto ha un risultato: la rende poco credibile. Una emozione è un insieme di tre distinti aspetti:
- Segnali fisici. Il corpo tradisce sempre qualcosa. Mani, sguardi, piccoli movimenti. Sono segnali che offre e derivano da atteggiamenti istintivi.
- Segnali verbali. Una parola o un silenzio possono descrivere la stessa emozione. Ed è la scelta del tipo di segnale a potenziare il meccanismo emotivo.
- Conseguenze. Il lettore capisce quando un'emozione porta a una conseguenza e viene indotto nel percorso deciso dallo scrittore. La paura del personaggio principale è anche la paura del lettore? Oppure, rende la proiezione del finale diversa?
Però bisogna stare molto attenti alle trappole. E una di queste è l'associazione diretta di una emozione alla sua rappresentazione tipica. La rabbia non è sempre urlata. L’amore non è sempre sussurrato. E spesso diventa più convincente proprio quando non si manifesta nel modo “previsto”. Quando un’emozione spinge un personaggio a comportarsi diversamente dal solito, la scena acquista forza: non stai descrivendo un sentimento, stai mostrando una persona che si espone. Un personaggio insicuro che, per amore, prende il comando è efficace per questo motivo: non sta recitando una parte, sta superando una sua abitudine. E questo racconta molto più dell’emozione stessa, perché fa capire quanto sia importante ciò che rischia di perdere.
Dal principio alla scena: un metodo pratico in tre passi
A questo punto la domanda diventa pratica: come si traduce una emozione senza nominarla?
Un metodo semplice è questo: scegli un segnale fisico, verbale e una conseguenza e scrivi la scenza senza nominare direttamente l'emozione. Poi rileggi. Se la scena funziona allora complimenti: ci sei riuscito! Stai mostrando, non dicendo!
Esempio pratico: la rabbbia
Pensa a questo passaggio: "Marco era arrabbiato con Luca, talmente tanto da averlo terrorizzato". Non va bene perché tu narratore stai imboccando il lettore che non si immedesima nella scena: la subisce passivamente.
Riformuliamolo.
Marco inspirò profondamente e fissò Luca. Poi spostò il bicchiere in modo che fosse esattamente al centro del sottobicchiere.
«Va bene», sussurrò Marco con la sua voce rauca, «ripetimelo.»
Luca provò ad aprire la bocca ma subito dopo non potè fare altro che guardare fisso quel bicchiere.
Luca zittisce di fronte alla rabbia di Marco, e la scena è ancora più tesa dal posizionamento del bicchiere "esattamente al centro del sottobicchiere".
Esempio pratico: l'amore
Scrivere "Anna amava Antonio ed era disposta a fare tutto per lui" non rende davvero onore all'amore di Anna.
In questo caso proviamo a spiazzare, in modo creativo, il lettore.
Anna strabuzzò gli occhi. Non aveva mai preso parte in quei discorsi, specialmente a tavola.
«No, mamma! Su di lui questo non lo dici. Non te lo permetto»
Chiuse i pugni e scandì: «Non permetterti mai più di dire una cosa simile. Capito? Antonio non te lo lascio descrivere in questo modo». Le sue mani iniziarono a sudare ma rimase rigida e pronta a zittirla qualora avesse anche osato rispondere.
Cosa cambia? Che in poche parole è chiaro il contrasto tra madre e figlia ed è altrettanto chiaro quanto forte possa essere questo sentimento.
Fai sentire le emozioni: non le descrivere
Scrivere le emozioni non vuol dire trovare la parola giusta. Significa costruire le condizioni per le quali sia il lettore a sentira senza doverla necessariamente leggere. Le emozioni non sono né etichette né cartelli; il lettore non entra nel racconto per essere semplicemente informato di cosa prova un personaggio. Entra per provare qualcosa assieme al personaggio.
Le emozioni non si annunciano al lettore ma le si lasciano lentamente assaporare.